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La Légion Étrangère, mito inossidabile da 200 anni

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- Dom, 08/03/2015

Fondata il 9 marzo 1831 da re Luigi Filippo, in questi due secoli ha combattuto ovunque dall'Europa all'Africa, dal sud America all'estremo Oriente. Ancora oggi i suoi uffici di arruolamento sono affollati da giovani affascinati dalle memorie di uno dei più gloriosi corpi militari del mondo

La sua recluta più celebre fu senza ombra dubbio Alain Delon, arruolatosi a 17 anni nel 1952 e poi spedito in Indocina dove rimase fino al 1957, vivendo così la disfatta di Dien Bien Phu. Andando ad aggiungere il suo nome a una per altro lunga lista di illustri reclute, come il musicista Cole Porter o il gerarca fascista Giuseppe Bottai. 

Per spirito d'avventura, per rifarsi una vita, per ritrovare se stessi o banalmente per sfuggire alla giustizia del loro Paese, tutti con una sola mete: la Legione straniera. Un reparto militare diventato immediatamente un mito, sin dalla sua fondazione il 9 marzo 1831 per volere di Luigi Filippo. Una fama poi consolidata nei mille campi di battaglia, dal Messico all'Algeria, dalla Norvegia al Libano.

Re dei francesi dal 1830 al 1848, Luigi Filippo, un anno dopo la sua ascesa al trono, si trovò ad avere disperato bisogno di uomini per riportare alla ragione i riottosi algerini. Una spina che del resto rimarrà nel fianco della Francia fino al 1962 quando ottenne la sua indipendenza. Dunque quando si deve mandare qualcuno a morire al fronte, non si va tanto per il sottile e chiunque ebbe la possibilità di arruolarsi fornendo il nome e la nazionalità che gli faceva più comodo. In cambio, dopo aver servito il nuovo Paese per almeno cinque anni, il legionario poteva ottenere la cittadinanza francese e cominciare una nuova vita senza che più nessuno lo potesse andare a reclamare. E quasi sempre si trattava della giustizia della nazione d'origine. Un po' quello che succede adesso negli Stati Uniti dove una ferma nelle forze armate garantisce la cittadinanza americana.

Fin da subito «Légion étrangère» si propose come corpo d'èlite, per la preparazione che i suoi uomini dovevano subire. E ancor oggi la selezione è durissima, chiunque, tra i 17 e i 40 anni, può presentarsi al «Centre de Présélection» di Aubagne presso Marsiglia, ma dopo due settimane di test psicofisici, solo uno su sei otterrà il sospirato via libera ai corsi d'addestramento. Seguono quattro mesi infernali, quindi la consegna del sospirato «Kepi blanc», uno dei principali tratti distintivi del legionario e l'aggregazione ai reparti operativi. Perché alla Legione vengono sempre affidati i compiti più difficili e pericolosi. Prima in Algeria, con il battesimo del fuoco a Maison Carrée, dove il reggimento si comportò tanto bene da meritare le spalline rosse e verdi dei Granatieri e il tricolore francese. Poi la Crimea, l'Italia, Magenta, Solferino e Montebello, il Messico, in soccorso dell'imperatore Massimiliano d'Austria, dove presero la prima batosta. Il 30 aprile 1863, nel villaggio di Camerone, una piccola colonna della Legione, al comando del capitano Jean Danjou, fu attaccata e decimata dai messicani. La resistenza fu eroica e per questo la giornata di lutto divenne una ricorrenza da commemorare ogni anno. Durissima fu anche la lezione che i legionari subirono un secolo dopo nella guerra di Indocina, a cui partecipò appunto anche Alain Delon, in particolare a Dien Bien Phu dove lasciarono quasi 20mila uomini tra morti, feriti e prigionieri.

Nel frattempo la legione aveva ospitato personaggi di tutti i tipi, delinquenti, sognatori, disillusi, avventurieri e avventurosi. Come Giuseppe Bottai, arruolatosi con il nome di Andrea Battaglia «Per espiare le mie colpe di non aver saputo fermare in tempo la degenerazione fascista» spiegò più tardi nelle sue memorie. Inquadrato nel 1º Reggimento di cavalleria con il grado di «brigadier chef», combattè contro i tedeschi dallo sbarco in Provenza fino nel cuore della Germania. Hugo Geoffrey, ebreo austriaco, vi entrò invece nel 1938 per combattere i nazisti: partito da soldato semplice, terminò la carriera nel 1979 con il grado di generale. Unico a percorrere tutti i gradi insieme all'italiano Vittorio Tresti, arruolatosi nel 1958 a Sidi Bel Abbes e congedato negli anni '90. Legionari celebri furono anche Pal Nagy Bocsa y Sarközy, padre dell'ex presidente della Repubblica Nicolas e Christian Simenon, politico belga, fratello del noto scrittore Georges. Nella classifica per nazioni il primo posto spetta alla Germania con 200mila arruolati, seguita sorprendentemente dall'Italia con 60mila. Ma non mancano i più disparati Paesi come il Giappone o l'Egitto anche se con solo 100 reclute.

Ancor oggi la Legione rimane avvolta un'aurea di gloria, onore e avventura, anche l'accesso è attualmente vietato a chi commesso crimini troppo gravi. Rimane la vita in caserma: sveglia alle 4.55, addestramento, lavoro, sport fino alle 22.30 quando si spengono le luci in camerata. Attualmente il Corpo è diviso in 11 reggimenti, di cui 8 sul suolo francese e 3 oltremare, per un totale di 7.700 uomini, mentre in passato era arrivato a contarne fino a 30mila. I suoi effettivi sono soliti sfilare per ultimi durante la parata del 14 luglio, festa nazionale francese, lungo gli Champs-Élysées. Passo lento e cadenzato, grembiule e ascia sulla spalle, per ricordare che il soldato è anche un «costruttore». Identico è rimasto il leggendario spirito di fratellanza che accomuna tutti i legionari che prevede anche istituzioni per accogliere i suoi reduci. La «Casa del legionario» in Provenza, fin dall'8 luglio del 1934 accoglie gli ex anziani legionari celibi, autonomi fisicamente e dotati di un certificato di buona condotta. Mentre a Puyloubier una casa dedicata al capitano Danjou, ospita i Legionari feriti o disabili. Qui, i veterani si dedicano all'agricoltura, con la produzione limitata di un ottimo vino, e a lavori artigianali. Tra i vari ospiti si ricorda Siegfried Freytag, asso dell'aviazione tedesca durante la seconda guerra mondiale, arruolatosi nel 1952. Terminato l'arruolamento nel 1971, si ritirò a Puyloubier, dove morirà il 1º giugno 2003.

Ma la Legione non è solo storia, è anche presente. E ancora oggi i suoi «kepì blanc» spuntano in tutte le aree di crisi del mondo, anche se ormai impegnate quasi esclusivamente in missioni di pace. Come in Guyana, a Mayotte, a Gibuti, in Afghanistan e in Costa d'Avorio. A rinverdire le eroiche gesta dei tanti Danjou, morti combattendo per la Francia.


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